“Anacronisticamente liberi: 25 aprile” Di Giorgia Agostini

“Anacronisticamente liberi: 25 aprile” Di Giorgia Agostini

Il 25 aprile ricorre “la Festa della liberazione”, in ricordo delle insurrezioni partigiane e della disfatta delle truppe nazifasciste prima dell’arrivo degli Alleati. Una “festa” che, nel 1946 con un decreto legislativo luogotenenziale e poi nel maggio 1949, con la legge 260, è diventata celebrazione nazionale.

È sorprendente come da anni questa ricorrenza venga rivendicata dai partiti prettamente di sinistra, quasi che la libertà abbia radici ideologiche rosse: “Arrendersi o perire!”, dicevano i sinistrati del tempo, lo dicesse oggi qualcuno dell’altra parte sarebbe come minimo accusato di fascismo.

Gli slogan sono cosa da destra, quei cattivoni di destra!

Ma tornando alla Liberazione è demenziale che chi è sempre in prima fila per ricordare la vittoria sul fascismo sia poi il primo a denunciarne il pericolo – ma non era stato sconfitto? – ad ogni piè sospinto ancora nel 2021, utilizzando vicende di settant’anni fa per autodefinirsi “buoni e illuminati” – sperando che si noti il sarcasmo – in contrapposizione a una destra retriva e nostalgica. 

Comprendo che trovare argomenti attuali di cui vantarsi è qualcosa che prevederebbe avere dei meriti e impegnarsi davvero ma non è questo che dovrebbe volere un buon partigiano? Oppure i salotti buoni sono le nuove montagne in cui nascondersi per poi prendersi i meriti altrui?

E allora mi sopraggiunge una domanda – retorica ovviamente –: come è possibile che oggi gli stessi portatori sani di libertà non riconoscano un regime che opprime da più di un anno la nazione? 

Beh, semplice: la loro precaria permanenza al potere, frutto di dinamiche oscure che nulla hanno a che vedere con la democrazia, dipende solo ed esclusivamente dalla durata dello stato di emergenza, dal Terrore generato dal regime sanitocratico e dal continuo tergiversare in materia elettorale, con conseguente nascita di governi figli dei giochi di palazzo, che vedono premiati i soliti affaristi, i peggiori clientelismi così disperati da essersi legati alle comode poltrone perché sanno che, in altre condizioni (se fosse data all’elettore la possibilità di votare come fanno in tutto il mondo…), non riuscirebbero a farsi un altro giro sulla giostra.

La coerente incoerenza rossa stupisce per l’amore che manifestano per determinate ricorrenze ma non per altre altrettanto se non più significative: di queste poche, però, se ne appropriano, seguendo il meccanismo dell’egemonizzazione culturale di gramsciana memoria, esercitando una sorta di diritto di prelazione che, nel rivendicare una loro presunta superiorità, ne sottolinea la grettezza: additando una ricorrenza, quale la Liberazione, come “festa di sinistra”, esercitando un vero e proprio reato contro la libertà di cui tale ricorrenza si fa portatrice.

Tra chi canta “la libertà è sacra come il pane” e chi esclama “liberi, liberi siamo noi”, qualcuno riesce a chiedersi cosa sia la libertà oggi, nel 2021?

Giorni fa giravo per un negozio: sembrava un cantiere! Nastri che segnalavano quello che si poteva comprare e quello che invece qualcuno ha ritenuto non indispensabile, per cui non acquistabile: le scarpette da ginnastica si – con le palestre chiuse, meglio che mi taccia – il tacco 12cm no. Gli stivali no, e che importa se poi fuori diluvia, tanto possono andare sempre bene delle comode galosce. E se si ha urgenza, beh, tutti a dire “tuteliamo i nostri negozi”, quando alla fine viene lasciata solo l’opzione “compro online” su quelle multinazionali che nemmeno pagano le tasse. 

Ahhh che arma potente, il sarcasmo. Lasciateci almeno questo!

Ci dicono che il covid colpisce solo dopo le 22:00 e che, per tale ragione, il ristorante che alle 21.55 è un posto sicuro per una cena romantica o per ridere con gli amici, dopo diventa la porta dell’inferno.

Ci dicono che il vaccino è l’unico modo per tornare alla normalità, quindi vaccinano insegnanti e personale scolastico ma chiudono le scuole per mesi.

I trasporti affollati sono sicuri, dicono, ma i centri estetici, i parrucchieri i teatri, il cinema e le mostre sono luoghi di perdizione e assembramenti. E “chissene” se i dati dicono il contrario.

Da un lato ci dicono cosa acquistare e come acquistarlo, dall’altro non ti lasciano lavorare, e allora con cosa compriamo se di soldi non ne abbiamo?

Questa è la libertà? Dov’è la ragionevolezza di questi provvedimenti?

Potrei sbagliare, e non sbaglio, ma la Costituzione, la stessa che i sinistri citano come “la più bella del mondo”, all’art.1 afferma che “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.”

Lavoro, quindi elevato a base degli altri diritti: sanità, istruzione, dignità, libertà personale. Non avrebbero senso col venir meno del diritto al lavoro, che rende l’uomo libero di operare delle scelte.

Coloro che gioiscono per la “Festa dei Lavoratori” stanno in realtà distruggendo la dignità degli stessi, stanno abusando dell’assistenzialismo statale, stanno chiudendo le scuole con conseguenze terribili per la crescita di un’intera generazione. Stanno distruggendo la socialità. Siamo ancora convinti che questi soggetti abbiano a cuore la nostra libertà? 

Anni di festeggiamenti per un’indipendenza tanto voluta per poi rendere un popolo dipendente dai bonus, anni in cui si vantava la supremazia culturale della sinistra per poi volere le persone ignoranti: a quando una nuova festa della Liberazione? A quando la fine dell’ipocrisia della sinistra? Ha senso festeggiare un qualcosa che non esiste? 

Oggi più che mai il 25 aprile è una celebrazione vuota e priva di significato. Si resta in attesa di una nuova Liberazione: toccherà attendere il 4 Novembre.

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