Anche il Natale lontano dalle famiglie per i 18 nostri connazionali rapiti dai libici, un governo che non conta nulla!

Anche il Natale lontano dalle famiglie per i 18 nostri connazionali rapiti dai libici, un governo che non conta nulla!

Di Carmelo Longo

Ricapitoliamo, per punti, una storia che, oltre ad avere dell’assurdo, manifesta inequivocabilmente la nostra insignificanza più totale a livello geopolitico.

1) Giorno 01/09, diciotto pescatori partiti da Mazara del Vallo vengono arrestati dalle autoproclamatesi “autorità” libiche ad una quarantina di miglia dalle coste della Libia.

2) La prodigiosa macchina diplomatica italiana, capitanata dal nostro Ministro degli Esteri Luigi Di Maio si mette in moto e ottiene.. nulla. I pescatori rimangono nel carcere di Bengasi. Carcere che, bisogna ricordarlo, è un lager per i detenuti libici ma a quanto pare diventa tutto d’un tratto una regolare e confortevole prigione per i nostri connazionali.

3) Il nostro preparato Ministro degli Esteri, noto statista di fama mondiale, manifesta la sua totale mancanza di conoscenza di diritto internazionale affermando, in un’intervista rilasciata il 30 novembre su Rai 1, che “in quel tratto di mare i pescatori non dovevano esserci poiché erano inacque libiche”. Niente di più inesatto. Quel tratto di mare adiacente il Golfo di Bengasi non appartiene ai libici. La zona di mare autoproclamata esclusiva non è mai stata formalmente accettata dalle Nazioni Unite e dai principali paesi europei (Francia, Germania, Spagna, Regno Unito e proprio l’Italia).

4) Passati già cento giorni di reclusione e falliti tutti i tentativi negoziali da parte dell’Italia, i pescatori andranno a processo questo fine settimana presso un tribunale militare libico. Tribunale di uno stato non riconosciuto a livello internazionale.

5) Se pensate che la credibilità internazionale del probabilmente peggior governo che la storia repubblicana ricordi sia già stato messo sufficientemente in ridicolo (basti ricordare che non siamo stati capaci di condannare scafisti che portarono profughi in Italia e che lasciammo andare Carola Rackete che speronò due imbarcazioni della Guardia Costiera Italiana) sarà utile ricordare questo: nei giorni scorsi abbiamo assistito alla fulminea liberazione di un cargo turco, sequestrato a Derna dalle milizie del generale libico. In cinque giorni esatti, la nave ha ripreso il mare con l’intervento di Erdogan che ha minacciato ritorsioni di tipo militare sulla Cirenaica, che ha sicuramente fatto la differenza.

6) La rapida fine del sequestro della nave turca è parossistica. Possibile che se Erdogan ci mette cinque giorni, il governo italiano non riesce a smuovere le acque nemmeno dopo più di tre mesi? Una valida soluzione sarebbe quella di far intervenire le forze speciali. Di recente gli Stati Uniti hanno liberato con i corpi speciali, diciotto volontari che operavano in mezzo alla foresta africana. Senza avvisare niente e nessuno, se li sono riportati a casa. L’Italia avrebbe le capacità militari e strategiche sia per operare con un atto di forza, schierando la Garibaldi e gli F-35 al largo del mare libico; sia con un atto più discreto, facendo intervenire i reparti nati e predisposti per questo scopo, a cominciare dagli incursori del Goi per arrivare al 9° Col Moschin.

7) Nulla di tutto ciò avverrà. Una fonte di alto livello, che ha preferito rimanere anonima, ha ribadito che in Italia manca completamente la volontà politica per autorizzare un intervento del genere, dal momento che non è mai stato nelle nostre corde realizzare azioni di questo tipo. Quindi c’è innanzitutto un problema di natura decisionale. Manca la volontà politica. Che a questo punto è il vero nodo da sciogliere: il governo non darebbe l’avallo a operazioni delle forze speciali. O si cede al riscatto, consegnando i cinque scafisti attualmente detenuti in Italia che la Libia richiede in cambio di prigionieri o si paga, come avvenuto con Silvia Romano. In entrambi i casi, a rimetterci, è la già (poca) credibilità internazionale di questo paese. Questa situazione, d’altronde, fa il paio con la questione dei marittimi italiani detenuti in Cina dallo scorso giugno. Ma questa è un’altra storia.

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