Draghi a palazzo Chigi. Il mio timore è relatà

Draghi a palazzo Chigi. Il mio timore è relatà

Di Gianluca Donati

Nel mio precedente articolo per “La Fenice Tricolore”, avevo pronosticato la possibile crisi di governo del Conte II e avevo ventilato il timore di una scesa in campo di Mario Draghi a Palazzo Chigi. Dico “timore”, perché quell’eventualità la consideravo deleteria per l’Italia. Purtroppo i miei pronostici si sono rivelati esatti.

C’è chi “da destra” ha giocato di sponda con Matteo Renzi pur di buttar giù “Giuseppi”. Non rimpiangeremo il governo Conte, ma è bene chiarire subito una cosa: Renzi non ci ha liberato da Conte, bensì ci ha consegnato nelle grinfie di Mario Draghi, ed è ben diverso. Che il governo giallorosso fosse orrendo, è qualcosa su cui nessuno nel centrodestra può avere dubbi. Ma il malgoverno “contiano” è stato solo il pretesto che Renzi cercava per aprire la crisi di governo e spalancare le porte a Draghi.

Quello che è accaduto era stato pianificato da tempo nei minimi particolari, non a caso Renzi ha di recente partecipato a una riunione del Gruppo Bilderberg, dove evidentemente il leader di Italia Viva ha ricevuto ordini precisi. E non è un caso neppure che Renzi abbia deciso di rovesciare il tavolo solo dopo l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca (con delle elezioni statunitensi al quanto discutibili).

Altra coincidenza è la comune appartenenza all’Ordine dei Gesuiti di Draghi e di Bergoglio, che il 10 luglio 2020 ha nominato l’economista – con una tempestività al quanto sospetta – membro della Pontificia accademica delle scienze sociali. Quello che però colpisce è che frammenti politici e giornalistico – culturali di area centrodestra stiano tessendo lodi a Draghi percepito come salvatore della patria.

Non citerò nomi di giornalisti, intellettuali, o testate; non voglio infierire, ma considero tutto ciò ridicolo e al tempo stesso gravissimo. Si dirà che non si può criticare Draghi prima ancora che li sia conferito l’incarico; che dovremo giudicare il suo esecutivo per quello che farà, valutandone i frutti a tempo debito. È anche vero il contrario però, trovo retorico accoglierlo come il salvatore dell’Italia prima ancora di sapere cosa realizzerà.

Il curriculum draghiano mostra il profilo di un uomo intelligente, colto, capace, su questo non ci piove. Ma sarà il caso di rinfrescare la memoria a tanti, troppi smemorati del giornalismo e della cultura di destra, su alcuni aspetti oscuri del passato di Super Mario. Perché le persone non si devono giudicare solo per quello che faranno, ma anche per quello che hanno già fatto in passato.

Nel 1992, prima che in Italia avesse inizio la stagione delle privatizzazioni, Draghi incontrò alti rappresentanti della comunità finanziaria internazionale sul panfilo HMY Britannia della regina d’Inghilterra Elisabetta II. Questo episodio scatenò un’accesa polemica nel dibattito pubblico italiano. Dalla campagna di privatizzazione di società come IRI, Telecom, Eni, Enel, Comit, Credit e varie altre, qualcuno ne elogia la riduzione del debito pubblico, ma noi pensiamo che questa fase storica sia stata l’inizio di quella svendita dello Stato e che ha minato fin dalle fondamenta le basi della sovranità nazionale.

Fu l’inizio di quel processo euroglobalista che penso la destra culturale dovrebbe giudicare negativamente. In quanto a Francesco Cossiga – forse l’ultimo Presidente della Repubblica degno che abbiamo avuto – definì Draghi “un vile affarista”. 

Il 28 gennaio 2002 Draghi è stato nominato Vice Chairman e Managing Director di Goldman Sachs per guidare le strategie europee dell’istituto dalla sede di Londra e, dal 2004 al 2005, membro del Comitato esecutivo del gruppo Goldman Sachs.

Se le privatizzazioni possono piacere alla parte più liberale e liberista del centrodestra, non credo siano compatibili con chi proviene con orgoglio da una tradizione nazionale e sociale, che considera il mercato libero una risorsa, ma a patto di non svendere pezzi essenziali dello Stato, minacciandone l’appartenenza alla Patria.

Ci spieghino dunque questi giornalisti e intellettuali che si dichiarano “di destra” a quale destra si riferiscono e come possano elogiare un personaggio come Draghi. Chi dice che con Draghi ci siamo liberati della sinistra, noi rispondiamo che ce ne saremmo liberati più compiutamente andando alle elezioni anticipate e che l’emergenza Covid non può essere usata come arma ricattatoria per negare il diritto di voto dei cittadini.

Se posso essere malizioso, sospetto che chi “a destra” tifa Draghi, lo faccia perché in realtà teme alle elezioni il trionfo finale del sovranismo. Non a caso Forza Italia e frammenti “moderati” della Lega si sono detti disponibili a votare la fiducia a Draghi; chi resterà fieramente e compattamente all’opposizione sarà Fratelli d’Italia. Ma quello che registro è un problema nel campo del giornalismo e della cultura di destra, che forse, più che di destra, dovrebbe avere l’onesta di definirsi di centro.

Rispondi