Dresda: La città completamente distrutta dalle Bombe e dal “fuoco alleato”

Dresda: La città completamente distrutta dalle Bombe e dal “fuoco alleato”

Di Thomas Pedretti

Tra il 13 e il 15 febbraio 1945 Dresda fu attaccata tre volte, due dalla Raf e una dall’Usaf, nel quadro di un’operazione che coinvolse più di mille cacciabombardieri; la città fu rasa al suolo dalle bombe incendiarie al fosforo, peraltro vietate da qualsiasi convenzione internazionale, e si contarono fino a 250mila vittime (come riportato dal politico e statista Konrad Adenauer), anche se il numero è molto incerto poiché gli ordigni al fosforo carbonizzarono letteralmente un enorme numero di cadaveri, renendone impossibile l’identificazione.
Complessivamente furono sganciate 1500 tonnellate di bombe esplosive e 1200 tonnellate di bombe incendiarie il primo giorno e ulteriori 1500 tonnellate di ordigni di entrambi i tipi il giorno successivo, anche se i danni peggiori furono provocati dalle granate incendiarie in quanto i molti e ravvicinati edifici in legno della grande città crearono un’autentica tempesta di fuoco. Migliaia di persone, ustionate dal fuoco, si gettarono nel fiume Elba e morirono annegate senza lasciare traccia.
Ma, oltre alle perdite umane, si registrarono gravissime perdite artistiche; Dresda era infatti soprannominata “Firenze sull’Elba” per la concentrazione di monumenti e di opere d’arte.

Si trattò comunque di un attacco del tutto inutile, poiché Dresda non era una città strategica dal punto di vista militare o industriale e inoltre i comandi Alleati, già dall’inizio del 1945, sapevano bene che nemmeno il più feroce dei bombardamenti avrebbe terrorizzato i tedeschi al punto da costringerli alla resa. Per giustificare il devastante attacco molti sostennero allora che Dresda fu scelta in quanto importante snodo ferroviario; essi dimenticano però che questa caratteristica era assai comune anche a molte altre città tedesche dotate di un certo tessuto industriale. Per di più l’unica installazione militare davvero importante, un campo d’aviazione della Luftwaffe situato pochi chilometri a nord della città, non fu attaccato e ai bombardieri Alleati fu ordinato di sganciare le bombe proprio sul centro della città, mentre la stazione si trovava decisamente più a sud. La ferrovia, due giorni dopo l’attacco, era infatti ancora perfettamente operativa.

Perché allora bombardare la città tedesca? In primo luogo perché l’obiettivo britannico era distruggere l’identità culturale della città e, più estesamente, di tutto il Paese. Lr parole del criminale Churchill lo dimostrarono chiaramente: “vogliamo fare della Germania un deserto” e “ci sono meno di settanta milioni di unni malvagi. Alcun di questi sono da curare, altri da uccidere” (aprile 1941).
Secondariamente, invece, si volevano “intimorire” i sovietici in vista dei futuri scontri tra Alleati occidentali e l’URSS. Del resto, nei tragici giorni del bombardamento di Dresda, un certo numero di aerei Alleati colpì “accidentalmente” la città di Praga, che distava un centinaio di chilometri ed era presidiata proprio dall’Armata Rossa: difficile pensare ad un errore.
Inoltre, ancora alla fine di gennaio, americani e inglesi non erano riusciti nemmeno ad oltrepassare il Reno, restando distanti oltre cinquecento chilometri da Berlino, mentre le truppe sovietiche avevano lanciato il 12 gennaio una grande offensiva (operazione Vistola-Oder) che le aveva portata a meno di cento chilometri dalla capitale tedesca. Allora il fatto che americani e inglesi avessero intenzionalmente bombardato Dresda con questo scopo assume un senso: bisognava rallentare l’inesorabile avanzata dei russi e mettere per primi le mani su Berlino.
Per questo Churchill ordinò al comandante dei bombardieri della Raf Arthur Harris, noto per la sua spietata politica di bombardamenti terroristici notturni, di fare fuoco su una città tedesca dell’est.
Appresa tale volontà degli inlgesi, gli americani si fecero tentare dall’opportunità di “intimidire i comunisti terrorizzando i nazisti” e scesero in campo al fianco dei britannici, che non avevano certo bisogno di aiuti, ma il cui intervento fu funzionale alla dimostrazione di forza nei confronti dei russi.
In altre parole il raid su Dresda era da intendersi, come poi lo furono Hiroshima e Nagasaki, una sorta di “dimostrazione di potenza” che gli Alleati occidentali volevano dare a Stalin affinché non avanzasse pretese folli. Ma la città fu scelta anche perché un ennesimo bombardamento su Berlino (già ripetutamente colpita) non avrebbe certamente suscitato la stessa reazione, ne’ avrebbe sufficientemente intimorito il dittatore sovietico.

In occasione della Conferenza di Jalta (4-11 febbraio 1945), fortemente voluta da Churchill e Roosevelt, si discussero le zone di occupazione in cui sarebbe stata divisa la Germania dopo la guerra e Stalin insistette perché l’incontro si tenesse sul territorio sovietico (Jalta si trova in Crimea). Inaspettatamente il dittatore russo accettò le proposte di inglesi e americani, i quali prevedevano una spartizione del Reich che avrebbe certamente sfavorito Mosca. La ragione di questa accondiscendenza è probabilmente da ricercare proprio nel fatto che, in quel momento, le truppe sovietiche si trovavano molto più vicine a Berlino di quanto non lo fossero le truppe degli Alleati atlantici. Stalin contava dunque su questo vantaggio dell’Armata Rossa per poter avanzare maggiori pretese al termine del conflitto (come effettivamente accadde), tralasciando però un particolare decisivo: l’evidente supremazia aerea di Londra e Washington.

DRESDA, IO NON DIMENTICO!

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