I social sono ormai “il luogo” dove avviene il dibattito politico mondiale, possono i loro CEO decidere quale leader politico censurare o meno?

I social sono ormai “il luogo” dove avviene il dibattito politico mondiale, possono i loro CEO decidere quale leader politico censurare o meno?

Di Emiliano Caliendo

Anche Youtube ha annunciato che censurerà i contenuti con false accuse sulle elezioni americane. Facebook e Twitter hanno bloccato gli account di Trump in via permanente.

I social non sono editori. E non vale nemmeno l’assioma “sei su una piattaforma privata, decido io cosa puoi fare o meno.” Parliamo di luoghi virtuali con miliardi di utenti, dove si svolge il grosso del dibattito politico mondiale. Sono qualcosa di molto più complesso, ed hanno avuto un impatto sul mondo paragonabile a quello che ebbe la diffusione di massa della carta stampata tra 800 e 900. Vivere in un mondo in cui Jack Dorsey o Mark Zuckerberg decidono a loro discrezione quale capo di Stato o movimento politico censurare, fa spavento. Ne va del concetto di democrazia verso cui vogliamo andare: se libera e plurale o limitata (e quindi subdolamente autoritaria). E’ questa una forma di repressione? Direi di sì. Leggo numerosi “pensatori” progressisti invocare lo stesso trattamento per i democraticissimi Meloni e Salvini in Italia. Questa è la realtà verso cui stiamo andando che non farà altro che polarizzare il dibattito, aumentando la radicalità delle frange più estreme.

L’unico precedente del genere in Italia riguardò il partito Casapound a cui Facebook Ireland Ltd soppresse la pagina dall’oggi al domani senza preavviso. Il Tribunale Civile di Roma accolse il ricorso della suddetta organizzazione, costringendo Facebook a riattivare la pagina, comminando una sanzione pecuniaria per ogni giorno di chiusura di questa. Prevalse la Costituzione e la libertà di associazione ed espressione degli articoli 49 e 11. Durerà ancora a lungo questa situazione di normalità almeno nel nostro Paese?

Negli USA il Cabinet di Biden ha molti esponenti legati all’industria dei Big Tech. Molti dipendenti e dirigenti di queste aziende hanno finanziato la campagna di Biden. Tutto fa pensare che assisteremo ad un’ulteriore politicizzazione di queste piattaforme a favore dei democratici americani e dei loro interlocutori internazionali. In UE è stato varato recentemente un poco ambizioso Digital Act. Vedremo che effetti avrà. Serviranno probabilmente leggi che sanciscano con norme chiare il predominio statale su questi soggetti, sennò il vulnus alle nostre democrazie resta.

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