Il 3 marzo 1942 moriva il IL DUCA DI FERRO nel campo di prigionia inglese a Nairobi in Kenya, un eroe, Sua Altezza Reale Amedeo di Savoia

Il 3 marzo 1942 moriva il IL DUCA DI FERRO nel campo di prigionia inglese a Nairobi in Kenya, un eroe, Sua Altezza Reale Amedeo di Savoia

Di Alessio Benassi

Il 3 marzo 1942, nel campo di prigionia inglese a Nairobi in Kenya, moriva Sua Altezza Reale Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta e Viceré dell’Africa orientale italiana.

Il Duca Amedeo nacque a Torino il 21 ottobre 1898, figlio di Elena d’Orleans di Francia e del Duca Emanuele Filiberto di Savoia, secondo Duca d’Aosta.

Il giovane Amedeo, Duca delle Puglie, venne educato collegio di St. Andrew di Londra e iniziò la sua carriera militare giovanissimo, a a quindici anni fu iscritto al Reale Collegio della Nunziatella di Napoli.

Ben presto Amedeo si scontrò con le rigide consegne imposte agli altri studenti: nessuno doveva rivolgersi per primo al principe, e, se interpellato, doveva mettersi sull’attenti e rispondere esclusivamente: “Sì, Altezza Reale, no, Altezza Reale”. Infastidito da tanta formalità, Amedeo permise ai propri compagni di dargli del “tu” e di omettere il titolo di Altezza Reale.

Con lo scoppio del primo conflitto mondiale, il sedicenne Duca si arruolò come soldato semplice nel Reggimento artiglieria a cavallo “Voloire”, seguendo la tradizione che vedeva tutti i Savoia impegnati al fronte Amedeo non si tirò mai indietro. Il Duca padre, che durante il conflitto comanderà la terza armata passando alla storia come il “Duca invitto”, presentò il figlio al al generale Petitti di Roreto dicendo: “Nessun privilegio, sia trattato come gli altri”. Così fu in effetti, posto in prima linea sul Carso si guadagnerà il grado di tenente in s.p.e., per merito di guerra, e nel 1917 quello di capitano.

Finita la prima guerra mondiale, con il permesso dei genitori, seguirà lo zio Luigi Amedeo Duca degli Abruzzi nelle spedizioni africane sul fiume fiume Uèbi Scebèli, inoltre prenderà parte ai lavori di realizzazione di fattorie e colture di cotone, canna da zucchero e semi oleosi, costruirono una ferrovia e il villaggio modello, battezzato Villaggio Duca degli Abruzzi, base della colonizzazione agricola in Somalia operata dal Duca degli Abruzzi.

Nel 1921 lavorerà nel Congo belga, nel 1923 si laureò in giurisprudenza all’Università di Palermo con una tesi in diritto coloniale, intitolata “I concetti informatori dei rapporti giuridici fra gli stati moderni e le popolazioni indigene delle colonie”, esaminando il problema coloniale sotto l’aspetto morale e sostenendo che l’imposizione della sovranità di uno stato sugli indigeni si giustifica moralmente solo migliorando le condizioni di vita delle popolazioni colonizzate.

A cavallo degli anni venti diverrà un aviatore provetto, seguirà sempre la vita militare e istituzionale che il suo rango gli imponeva.

Il 5 novembre del 1927 sposerà a Napoli Anna d’Orleans, figlia del Duca di Guisa Giovanni di Francia.

Dopo la guerra d’Etiopia, la nascita dell’Impero, Amedeo verrà chiamato a ricoprire la carica di Viceré dell’Africa orientale italiana, seguendo le orme dello zio il Duca degli Abruzzi che fu governatore della Somalia, il Duca d’Aosta profuse una costante passione per la “sua Africa”, le realizzazioni di opere pubbliche, strade, villaggi colonici e insediamenti agricoli furono il suo lascito tangibile a favore delle popolazioni locali e degli italiani.

L’impresa che però consegna l’immagine del Duca alla storia avviene con lo scoppio del secondo conflitto mondiale, l’A. O. I. è isolata e circondata da territori britannici, il Viceré affiancato da uomini valenti, in primis il Generale Guglielmo Ciro Nasi, appronta sia le azioni offensive sia le postazioni difensive.

Nel 1941 la situazione diviene difficile, e Amedeo ad aprile predispose la residenza attestandosi sulle rocce e tra le alture dell’Amba Alagi con 7.000 uomini. Un eterogenea forza italiana composta da carabinieri, avieri, marinai della base di Assab, 500 soldati della sanità e circa 3.000 militari delle truppe indigene. Le forze britanniche comandate dal generale Cunningham, 39.000 uomini, assediarono le postazioni italiane, sostenute dalla resistenza etiopica ancora fedele al Negus.

La morsa avversaria era superiore per numero e per mezzi, le risorse erano assai ridotte, ma nonostante tutto i soldati italiani e gli àscari diedero prova di assoluto coraggio e valore.

Il 14 maggio il Duca ricevette il permesso a trattare la resa, a negoziare fu inviato in un primo tempo io generale Volpini, ma questi venne falcidiato dai ribelli abissini.

Inoltre il Duca autorizzò gli indigeni fedeli, sia la truppa sia gli ufficiali, a tornare alle proprie case, ma quasi nessuno abbandonò il proprio posto, fedeli all’Italia e ai commilitoni italiani con cui si era creato un legame di amicizia e cameratismo.

Il 17 maggio i generali Trezzani e Cordero di Montezemolo, per parte italiana, e il colonnello Dudley Russel per parte britannica pattuirono la resa, le forze britanniche vista la grandiosa e valorosa resistenza italiana concessero l’onore delle armi. Il giorno 19, dalla caverna sede del comando, il Duca Amedeo discese scortato dal generale Maine. I soldati italiani seguirono il loro comandante, ricevendo gli onori del nemico, il Duca con commozione vide ammainare il tricolore. Le stesso Amedeo dirà:”Le mie truppe non ci sono più. Il mio comando è finito. L’angoscia e il dolore di soldato, in quest’ora tragica, sono immensi. Ho il conforto, però, di aver fatto tutto il mio dovere, di cadere in piedi con onore […] i miei soldati possono essere fieri di aver combattuto sull’Amba Alagi”. 

Dopo la resa, i soldati italiani e il Duca Amedeo furono portati in prigionia in Kenya, dove rimase sempre al fianco dei suoi uomini, intercedendo presso i britannici per favorire le condizioni dei prigionieri e dei civili. A dicembre del 1941 mostrò i primi segni di malattia, la febbre era alta, ma nonostante questo chiese ed ottenne di vedere i suoi soldati, con una vettura che procedeva a passo d’uomo, attraverso i cancelli ebbe modo di vedere i suoi valorosi uomini e salutarli senza nascondere le proprie emozioni.

Il 26 gennaio del 1942, le condizioni peggiorarono, gli vennero diagnosticate malaria e tubercolosi. La terribile malattia, pur non scoraggiando il soldato, rivelò l’uomo e la sua fragilità, il Duca disse:“Ricorda, Tait, quando le dissi che sarebbe stato meglio morire sull’Amba? Ciò che dissi allora era tutta vanità. Quella sarebbe stata la fine più gloriosa, d’accordo, ma ci vuole più fegato a morire in un letto d’ospedale ridotto così”.

Negli ultimi istanti, dopo essersi confessato e ricevuti i sacramenti, disse a padre Boratto: “Come è bello morire in pace con Dio, con gli uomini, con sé stesso. Questo è quello che veramente conta”. Il 3 marzo, Amedeo di Savoia rimise l’anima a Dio, il lutto legò sia i soldati italiani sia i britannici.

Per sua espressa volontà Amedeo volle essere sepolto con i suoi caduti, al sacrario militare italiano di Nyeri, insieme a 676 suoi soldati, in questo volle seguire le orme del padre, infatti il Duca Emanuele Filiberto nel suo testamento volle essere tumulato a Redipuglia con i suoi eroi dell’invitta terza armata per essere:”con essi vigile e sicura scolta alle frontiere d’Italia al cospetto di quel Carso che vide epiche gesta ed innumeri sacrifici, vicino a quel Mare che accolse le Salme dei Marinai d’Italia”.

La figura di Amedeo verrà ammirata da tutti, sia in Patria, vi sono monumenti e dediche militari, sia all’estero. Lo stesso Negus Hailé Selassié proferì sempre parole di rispetto e ammirazione per il Duca, ribadendo le suo opere compiute in Africa a fare degli etiopi. Tant’è che il Negus, quando nel 1953 venne in visita in Italia chiese di poter incontrare la Duchessa vedova Anna, ma su richiesta delle istituzioni repubblicane l’Imperatore etiope dovette desistere. Ma negli anni sessanta, Hailé Selassié, ebbe modo di incontrare ad Addis Abeba il Duca Amedeo di Savoia, nipote del Viceré Amedeo, triputandogli onori degni di un Capo di stato.

La figura di Amedeo di Savoia, l’immagine del “Duca di ferro”, rispecchia non solo il senso di coraggio e valore dei soldati italiani, ma anche l’onore e la dignità in ogni asprità e difficoltà, l’eterno attaccamento al dovere in ogni situazione e la profonda umanità e civiltà.

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