Il valore strategico dell’Africa Orientale

Il valore strategico dell’Africa Orientale

Di E. L.

IL VALORE STRATEGICO DELL’AFRICA ORIENTALE
Uno dei più grandi interrogativi sulla condotta bellica italiana nel secondo conflitto mondiale è per me il mancato sfruttamento delle potenzialità strategiche dei nostri possedimenti in Africa Orientale.
Vero che l’Etiopia era sotto il nostro controllo da pochi anni, ma Eritrea e Somalia costituivano nostre colonie da decenni.

Perché non si pensó di renderle (seriamente) autonome, con la predisposizione di industrie, anche pesanti, di raffinerie (alcune perforazioni già attestavano la presenza di petrolio in Eritrea), o almeno di capienti serbatoi interrati?
La disponibilità di adeguate forze aeronavali avrebbe potuto consentire di paralizzare il traffico nemico del Mar Rosso – che in prossimità dello stretto di Bab el-Mandeb misura circa una trentina di km – anche tramite la posa di mine navali.

Sappiamo invece che la flotta ivi dislocata contava di unità di superficie obsolete, mentre i sommergibili, alle prime operazioni, dettero prova di inaffidabilità per le esalazioni di sostanze tossiche provenienti dagli impianti di condizionamento. Neanche la Regia Aeronautica contava mezzi qualitativamente e quantitativamente idonei allo scopo.

Nè si capisce perché un paese che annoverava numerose unità subacquee di tipo oceanico non pensó di dislocarle, anziché in Atlantico – dove né erano richieste né si dimostrarono particolarmente efficaci – in Somalia, da dove avrebbero potuto impensierire non poco le rotte britanniche, magari coadiuvate da mezzi aerei a lungo raggio con compiti di ricognizione e anti-nave, ad analogia dei FW 200 “Condor” germanici.

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