“La destra riparta da Estetica, Etica e Religione”. Di Gianluca Donati

“La destra riparta da Estetica, Etica e Religione”. Di Gianluca Donati

Dio, Patria e famiglia. Per gli stolti è un motto fascista. In realtà le origini della triade valoriale risalgono a Giuseppe Mazzini, padre della “Sinistra Storica”; risorgimentale, massone ed europeista. Vero è che il fascismo la raccolse e la innalzò agli apici della sua intensità, in talune circostanze degenerandole in eccesso. Recentemente Dio, Patria e famiglia ha fatto discutere non poco, perché rilanciate dal politico leghista Simone Pillon che sentenziò: “Dio, Patria e famiglia? Sono valori veri”, scatenando le ire laiciste della pasdaran del LGBT Monica Cirinnà del Partito democratico, che dopo aver bollato appunto l’affermazione come “slogan fascista”, si è fatta immortalare in una foto con un cartello sul quale v’era scritto: “Dio-Padre-Famiglia che vita de merda”. Si commenta da sé (questi sono gli ideali dei radical-chic degenerati in radical-shock). Sulla triade valoriale, scrisse un ottimo saggio Marcello Veneziani; un libro pubblicato nel 2012 per l’appunto con il titolo “Dio, Patria e Famiglia. Dopo il declino”. Il merito di Veneziani – come sempre – è quello di restare aggrappato su valori irrinunciabili, ma senza scadere nella retorica, ovvero, considerandoli ideali “di destra” da difendere e tramandare, ma partendo dal postulato che si tratta di princìpi in profonda crisi e che questa decadenza riguarda tutti, nessuno escluso. Premesso che l’inizio del declino è stato provocato dall’ideologia liberalprogressista (prima con l’Illuminismo, poi con il Sessantotto) e che vedono nel marxismo comunista il suo più radicale oscuramento, dobbiamo riconoscere che vi è stata una colpevole complicità di una parte della destra (quella liberale), ma soprattutto, che anche chi si è sempre opposto al mettere in discussione questi valori, non è estraneo alla crisi, con debolezze, incertezze, passi falsi. Nessuno di noi può dirsene fuori. Direbbero i cattolici: “Siamo tutti peccatori”. Ma un conto è essere in errore riconoscendolo e sforzandosi di migliorarsi, altra cosa è ignorare il fallo, o esserne consapevolmente compiaciuti. Chi scrive quest’articolo crede profondamente in Dio, Patria e famiglia, pur in una forma mitigata dall’estremismo ideologico. Credo in Dio, ma non sono cattolico praticante, sono battezzato ma non ho mai fatto la Prima Comunione, non vado alla Santa Messa, non mi sono mai confessato e non ne sento la necessità. Tuttavia, sono convinto di essere più cristiano di tanti frequentatori di chiese; alla preghiera rituale, preferisco la meditazione filosofico – teologica; «Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate», insegnava il Maestro. Dio è nel silenzio e si manifesta nella sua intangibilità, questa è la vera potenza della fede. Ma chi per essere in armonia con Dio sente il bisogno della Chiesa, deve avere il diritto a partecipare alle funzioni religiose, e non si può usare il ricatto del covid per negare la libertà di culto. Diffido delle gerarchie ecclesiastiche (la storia lo insegna), ma rigetto le accuse ingiuste dei laicisti e degli atei che vedono nella Chiesa il fulcro di ogni male. E della Chiesa, preferisco quella tradizionale-conservatrice piuttosto a quella modernista-progressista (perché le Sacre Scritture non possono essere mutate o interpretate arbitrariamente per “inseguire le mode dei tempi”). In quanto alla Patria, penso che si possa servire in molteplici modi: non ho fatto la Naja e mi considero fortunato, perché non mi sento tagliato alla vita militare. Sono contrario al suo ripristino, ammiro gli eroi, ma penso che l’eroismo militare sia una vocazione, e non possa essere coercitiva e non sempre il sacrificio dei militi è realmente per ragioni patriottiche, spesso ci sono ben altri loschi interessi. Amo i frutti dolci delle passate ideologie nazionaliste, ma non sono così fazioso da negarne anche i frutti avvelenati. Al nazionalismo, preferisco quello che oggi viene definito “sovranismo”, cioè, non una propensione a considerare la propria nazione come superiore a tutte le altre, rivendicandone estensioni territoriali e coloniali, bensì, coltivare un sano patriottismo, un amore per la terra del Padri nella quale si è nati e – pur riconoscendone difetti e limiti – non rinnegarne l’appartenenza. Più che a un’Italia come “potenza militare”, la penso come patrimonio artistico, culturale e paesaggistico senza eguali al mondo. Il sovranismo non è aggressivo, bensì, difensivo: vuole difendere o ripristinare la sovranità nazionale, ma considera questo princìpio come un valore giusto per tutte le nazioni; ama la diversità dei popoli, delle nazioni e delle culture del mondo, opponendosi all’omologazione della globalizzazione mondialista. Credo nella famiglia, nonostante alla veneranda età matura che ho raggiunto, non mi sono mai sposato e avuto figli; ne sono mancate le occasioni e credo che mancheranno anche in futuro, ma non ne soffro. Ma considero la famiglia come un valore non negoziabile da difendere dalle insidie dello sgretolamento provocato dalla società moderna. Non mi scandalizzano le unioni civili (compresi i gay), purché non siano un cavallo di Troia per un passaggio graduale all’omogenitorialità. I figli hanno diritto ad avere un padre e una madre, e aborro l’abominio della pratica dell’utero in affitto. Cos’è tutto questo se non riconoscersi in Dio, Patria e famiglia dopo aver digerito le sue radicalizzazioni ideologiche? Ma Dio, Patria e famiglia non è l’unica triade attorno alla quale ruota la cultura politica della destra. Un altro noto motto è “Legge, Ordine e Moralità”, oppure, in opposizione al “Liberté, Égalité, Fraternité” giacobino, opponiamo “Autorità, Diversità, Distanza”. Eppure, io penso, che la destra del futuro dovrà ascendere per un’altra triade, forse la più sublime: “Estetica, Etica, e Religione”. Non invento nulla: sono i tre “Stadi dell’esistenza” intuiti dal filosofo, teologo e scrittore danese, padre dell’esistenzialismo Søren Kierkegaard. In estrema sintesi, Kierkegaard interpreta l’esistenza, o meglio dire, il come dovremmo vivere, con un’ascesa progressiva del proprio «io» attraverso tre diversi stadi dell’essere: quello estetico, quello etico e quello religioso. Ma diversamente dalla convinzione Kierkegaardiana che negava la logica «dialettica hegeliana», convinto che ogni stadio si oppone e nega il precedente, io affermo il principio che il passaggio da uno stadio all’altro può avvenire anche in senso regressivo, ma soprattutto, che i tre stadi possono (e dovrebbero) coincidere. Questo è l’ideale più alto, quando appunto, estetica, etica e religiosità, coincidono, lasciando a ciascuno dei valori, il suo campo d’azione. Ma l’idea di estetica, etica e religione di Kierkegaard, va completamente “ripensato”. Per esempio l’idea che “l’esteta” sia identificabile nella figura del seduttore che vive inseguendo solo il presente e il piacere immediato, è solo una delle possibili opzioni del “vivere esteticamente”. Il «dandy» può essere un libertino eppure conservare un suo “diverso senso dell’etica” e persino una sincera fede, ma non è automatico che il “dandismo” sia sinonimo di libertinaggio. Personalmente – pur lasciando a ciascuno la libertà di scegliere come vuol vivere – disapprovo il libertinaggio, che produce disordine morale e sociale, prediligendo la stabilità delle relazioni, a prescindere dal matrimonio o dalla scelta della convivenza civile. Il “vivere esteticamente” come io lo intendo, è un princìpio molto più profondo del puro «edonismo», sebbene sia possibile immaginare un idealistico «edonismo etico». Il vivere esteticamente significa “dare forma” alla propria esistenza e proiettare esteriormente questo ideale di forma. La crisi delle vocazioni e il dilagare dell’immoralità sono evidenti. Ma è meno esplorato un altro fattore di degenerazione, il tracimare della bruttezza e della volgarità. Ciò è avvenuto – per fasi graduali – prima con il declino dell’aristocrazia, e successivamente con l’abbruttimento della borghesia. La “proletarizzazione dei ceti medi”, è una possibile minaccia socio-economica, ma è già una realtà sul piano estetico ed educativo. È in crisi da decenni quello che un tempo era definito «decoro», tipico del ceto medio borghese. «kalokagathìa» era l’espressione che nell’antica cultura greca del V Secolo a.C indicava l’ideale di perfezione fisica e morale dell’uomo. Per Platone la kalokagathia è un ideale aristocratico che distingue il sapiente dalla massa incolta. Ciò che è Buono, è anche Bello e Vero. Un princìpio che fu ripreso dal cristianesimo. Avrò modo in futuri articoli di spiegare più compiutamente cosa intendo per «estetica», e di come lo consideri imprescindibile perché siano restaurati – seppur rivisitati – anche «etica» e «religione». Senza fanatismi ideologici o bigottismi moralistici, ma la destra deve ripartire da Estetica, Etica e Religione.
Gianluca Donati.

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