La disfatta di Adua, 100.000 Etiopi contro 18.000 italiani

La disfatta di Adua, 100.000 Etiopi contro 18.000 italiani

Di Alessio Benassi

Il 1° marzo 1896, nel corso della guerra d’Abissinia, le forze italiane del Generale Oreste Barattieri un totale di 17.700 (tutti con armi da fuoco) e 56 pezzi d’artiglieria, si scontrarono ad Adua con le forze del Negus Neghesti Menelik II, forte di 100.000 uomini (80.000 con armi da fuoco), 42 pezzi d’artiglieria e mitragliatrici.
La battaglia volse a favore degli abissini, che travolsero gli italiani, in quella che fu una delle più disastrose sconfitte italiane in Africa.
Tale sconfitta fu dettata da una serie di cause, infatti gli italiani erano in numero inferiore e dovevano fronteggiare un esercito più grande, armato con armi russe e francesi (la Russia appoggiava palesemente il Negus, la Francia leggermente più velata) de facto le due potenze si opponevano alle mire coloniali italiane nel Corno d’Africa, al contrario della Gran Bretagna che appoggiò le prime occupazioni italiane in Eritrea, nell’ottica della guerra contro i mandisti sudanesi.
Non mancarono gli errori italiani, politici e militari, sottovalutare un nemico organizzato e fronteggiarlo con pochi mezzi non fu la scelta migliore, e per quanto le forze del Negus iniziassero a patire la fame e le malattie a causa dell’assenza di vettovagliamenti riuscirono a vincere.
Dopo la terribile sconfitta, fu il Generale Baldissera che riuscì a frenare le forze etiopi, si poteva isperare in una vittoria sul campo vista la divisione del campo nemico tra malattie e veleni tra i Ras, soprattutto Mangascià Giovanni, con il Negus. Ma da Roma per direttive furono altre, dopo Adua basta guerre coloniali, le forze italiane lasciarono il Tigrai ripiegarono in Eritrea e fu siglata la pace.
Anni dopo l’Italia si attesterà saldamente in Eritrea e in Somalia, con la guerra di Libia del 1911/12 ci fu la prima guerra coloniale italiana vittoriosa, organizzata e preparata meglio, fu una delle prime guerre moderne. Ad Adua, gli italiani ci torneranno trentanove anni dopo, nella seconda guerra d’Abissinia.

Alessio Benassi

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