L’ATTENTATO E DI VIA RASELLA E L’ECCIDIO DELLE FOSSE ARDEATINE, UN ATTENTATO INUTILE E UN BARBARO ECCIDIO…

L’ATTENTATO E DI VIA RASELLA E L’ECCIDIO DELLE FOSSE ARDEATINE, UN ATTENTATO INUTILE E UN BARBARO ECCIDIO…

L’ATTENTATO E DI VIA RASELLA E L’ECCIDIO DELLE FOSSE ARDEATINE

Il 23 marzo 1944 i Gruppi di Azione Patriottica (GAP), unità partigiane del Partito Comunista italiano, effettuarono un attacco dinamitardo contro un reparto delle forze nazifasciste, l’11° Compagnia del III Battaglione del Polizeiregiment “Bozen” (non facente parte delle SS) composto, come suggerisce il nome, da reclute altoatesine della provincia di Bolzano. Durante il passaggio di una colonna di soldati in marcia su via Rasella a Roma, i partigiani fecero detonare un ordigno esplosivo improvvisato, costituito da due bombe a miccia ad alto potenziale collocate in un carrettino della nettezza urbana, e lanciarono quattro bombe a mano, provocando la morte di trentatré soldati tedeschi e di due civili italiani, tra cui il dodicenne Piero Zuccheretti. L’operazione fu coordinata da Giorgio Amendola, autorizzata da Sandro Pertini e portata materialmente a termine da una dozzina di gappisti tra i quali Rosario Bentivegna, che alla fine della guerra fu decorato con una medaglia al valore e, ancora nel 1983, negava fossero caduti anche due civili nell’attentato. Inoltre, tempo dopo la fine della guerra, Bentivegna dichiarò di aver agito per “scuotere” la popolazione e spingerla all’azione contro l’occupante tedesco, anche se la presenza non eccessivamente invadente dei militari tedeschi era vissuta a Roma con una certa tolleranza. Ma i partigiani vedevano nel nuovo governo militare insediatosi in città una forte limitazione alle proprie azioni violente e perciò qualsiasi attacco nei loro confronti era tollerabile e, anzi, caldeggiato. Significativo il fatto che tra i “mandanti morali” di via Rasella figurasse anche Ercole Ercoli, pseudonimo di Palmiro Togliatti.

Comunque, dei soldati altoatesini uccisi, inviati a Roma con il compito di polizia di sicurezza in virtù del fatto che conoscevano sia il tedesco che l’italiano, si perse praticamente ogni traccia e furono catalogati erroneamente come SS agli ordini di Herbert Kappler (comandante della Gestapo a Roma). Ecco la testimonianza di uno dei soldati sopravvissuti, Arthur Atz, all’epoca ventiquattrenne: “Quella Via Rasella è una strada stretta. Sono passato accanto al carretto per la spazzatura, carico di esplosivo. Ero da quella parte, ma non ho notato niente di particolare. Pochi metri dopo c’è stata l’esplosione che ha sventrato il 2° e 3° plotone. Tutto divenne scuro per la sabbia sollevata. Tegole e vetri erano andati in pezzi. Si vedeva poco. C’erano i feriti ed i morti per terra, ma noi non potevamo prestare loro soccorso perché i partigiani sparavano da tutte le parti”.

Dopo l’attentato, secondo un’usanza in vigore nelle forze germaniche, l’esecuzione degli ostaggi presi per rappresaglia avrebbe dovuto essere eseguita dai superstiti del battaglione stesso, ma sia i sopravvissuti che il comandante della “Divisione Bozen” si rifiutarono di obbedire all’ordine, con la motivazione che erano cattolici e quindi incapaci di uccidere.
Prevedibilmente questo attacco, che rappresenta tuttora l’esempio più violento e sanguinario della lotta partigiana in Italia, scatenò una ritorsione da parte dei nazisti che, d’altra parte, avevano provveduto a tappezzare la città di manifesti nei quali annunciavano terribili rappresaglie per ogni azione contro le forze germaniche. Inoltre i partigiani erano certamente stati informati che le truppe Alleate, al comando del Generale Mark Clark, erano già sulla strada per la capitale e di lì a poco sarebbero comunque entrate a Roma: non era necessario aprire loro la strada con un violento attentato.

Hit**r, informato dell’accaduto e furioso, diede ordine di radere al suolo l’intero quartiere e di fucilare cinquanta italiani per ogni morto tedesco, ma il Feldmaresciallo Albert Kesselring lo convinse a ridurre il numero a dieci, numero che era ritenuto legittimo dalla Convenzione dell’Aja del 1929; si pensi, come termine di paragone, che nei primi mesi del 1945 l’esercito americano chiedeva l’esecuzione di cento cittadini tedeschi per ogni militare statunitense ucciso!
Così, nella notte tra il 24 e il 25 marzo 1944, i tedeschi prelevarono dal carcere romano di Regina Coeli e dalle prigioni naziste di via Tasso 335 detenuti “sacrificabili” (ovvero già condannati o condannabili a morte). Tuttavia, la scelta di Kappler non fu facile perché si avevano a disposizione solamente 290 prigionieri tra uomini e donne, ed una parte di essi non rientrava nemmeno tra i condannati a morte o i colpevoli di reati passibili di pena capitale; per di più, le donne furono subito escluse dalla rappresaglia. Si decise allora di includere nel numero dei condannati anche cinquantasette ebrei (imprigionati in attesa di essere deportati) e un prete, colpevole di aver concretamente favorito la Resistenza producendo documenti falsi.
I malcapitati furono condotti alle vecchie cave di pozzolana sulla Via Ardeatina e, legati in fila due a due per i polsi, attendevano il colpo alla nuca che li avrebbe uccisi. Le esecuzioni avvenivano cinque alla volta: i condannati venivano condotti nelle grotte con le mani legate dietro il dorso, fatti inginocchiare a terra e fucilati dalle SS; dopodiché un medico si chinava sui corpi per constatare l’avvenuto decesso.

In seguito all’eccidio, Muss***i ebbe a dire: “Ciò che è accaduto è terribile. […] Non ho fatto in tempo a impedirlo ma solo a protestare. Perché tanta esasperazione di odio? Quello sciagurato che ha lanciato la bomba uccidendo una trentina di soldati tedeschi, provocando la tremenda sciagura alla quale si è sottratto, non ha spostato di una linea le sorti della guerra”. Tuttavia il Dce si mostrò preoccupato per le reazioni della popolazione all’eccidio, temendo nuovi disordini, ed infine giustificò la rappresaglia: “Ai tedeschi non si può rimproverare nulla… La rappresaglia è legale, è sancita dai diritti internazionali”.
Ma la strage delle Fosse ardeatine si sarebbe potuta evitare se i colpevoli si fossero fatti avanti; perché nessun partigiano, se essi volevano essere considerati davvero eroi, si presentò? A questa domanda rispose, più o meno esplicitamente, uno degli esecutori materiali della strage di via Rasella, Franco Calamandrei (medaglia d’argento al valor civile), che, interrogato da un amico sul perché non si fosse consegnato ai tedeschi per evitare ritorsioni, disse: “Io sono marxista, la mia vita vale di più di quella degli altri, perché serve alla rivoluzione”. Mentre Giorgio Amendola dichiarò che “noi partigiani combattenti avevamo il dovere di non presentarci, anche se il nostro sacrificio avesse potuto impedire la morte di tanti innocenti… Avevamo solo un dovere: continuare la lotta”.
Di fatto i partigiani, in questo e in molti altri casi, miravano perciò a provocare le violente rappresaglie dei tedeschi per scatenare una sollevazione popolare di modo che si potesse dire che i nazisti fossero stati cacciati non dagli Alleati, ma dalla popolazione. Del resto la “favola” del popolo che si ribella ai nazifascisti è tuttora molto in voga, tanto che persino Charles De Gaulle aveva attribuito il merito della Liberazione in Francia più alla Resistenza che ai soldati americani.

Al termine della guerra, nel 1947, iniziarono i processi per l’eccidio delle Fosse Ardeatine; il 17 febbraio fu processato Kesselring da un tribunale inglese, a Venezia, condannato a morte (pena poi commutata in carcere a vita e infine liberato nel 1952). Kappler fu condannato all’ergastolo nel 1948 ma non per i 335 morti, bensì per i cinque in più che erano stati, pare, erroneamente conteggiati da Erich Priebke nella fretta; l’articolo 29 della Convenzione dell’Aja affermava infatti che fosse proibito attaccare uomini in divisa senza avere a propria volta una divisa e senza far parte di un altro esercito (come nel caso dei partigiani) e che azioni di questo tipo avrebbero comportato una rappresaglia di uno a dieci. Dunque, siccome in via Rasella perirono trentatré soldati, l’esecuzione avrebbe dovuto interessare “solamente” 330 uomini e non 335.
I processi per la strage delle Fosse Ardeatine coinvolsero naturalmente anche Priebke, vice di Kappler, che era contrario alla rappresaglia e fu costretto, pena la fucilazione, ad eseguire gli ordini dei superiori; il suo ruolo, in realtà, non prevedeva alcun coinvolgimento materiale nell’uccisione (si doveva occupare di depennare il nome dei condannati man mano che entravano nelle cave), ma per motivi ignoti si rese protagonista dell’uccisione di due uomini. Riuscì a fuggire dopo il suo arresto da parte degli Alleati nel 1945 e si rifugiò in Argentina, dove fu rintracciato nel 1994; inizialmente assolto, fu processato nuovamente per le pressanti richieste della comunità ebraica (che chiedeva almeno la sua detenzione), violando peraltro il principio del “ne bis in idem” secondo il quale l’imputato non può essere processato due volte per lo stesso reato. Fu condannato all’ergastolo nel 1998 dalla Corte d’appello militare italiana e morì nel 2013, all’età di cento anni.

Nel 1948, al tribunale civile di Roma, i famigliari di alcune vittime delle Fosse Ardeatine cercarono di intentare causa contro i partigiani, ritenuti responsabili della rappresaglia; i giudici decisero però che i fatti di via Rasella fossero giustificabili dal contesto bellico, che gli esecutori fossero degni del pubblico riconoscimento e della concessione di una decorazione al valore (cosa che poi effettivamente accadde) ed affermarono che l’agguato si risolse “in prevalente se non esclusivo danno delle forze militari germaniche”. Ma i soldati rimasti uccisi dall’esplosione erano altoatesini, non tedeschi e nella strage rimasero feriti diversi civili italiani e due di essi trovarono la morte. Ciononostante i responsabili dell’attentato furono assolti e le vittime delle Fosse Ardeatine proclamate semplicemente “martiri caduti per la Patria”.

Thomas Pedretti

Rispondi