L’ipocrisia dell’otto marzo, una festa che ha perso la sua funzione?

L’ipocrisia dell’otto marzo, una festa che ha perso la sua funzione?

Di Thomas Pedretti

L’ipocrisia dell’8 marzo
Ogni anno, a ridosso dell’8 marzo, mi capita di pensare all’enorme contraddizione che questa data simbolica racchiude in se’, dovendo idealmente rappresentare la lotta per l’emancipazione di tutte le donne, ma avendo come origine un’ideologia politica che tutto era meno che espressione di libertà. L’attribuzione di un valore simbolico alla data dell’8 marzo si deve infatti ad un gruppo di donne socialiste (tra le quali l’attivista ebrea Rosa Luxemburg) riunitesi dal 26 al 27 agosto 1910 nella “Folkets Hus” (Casa del Popolo) di Copenaghen. In quei giorni esse stabilirono che dovesse essere riconosciuta una comune giornata dedicata alla rivendicazione dei diritti delle donne, sebbene la ricorrenza si celebrò inizialmente in date differenti in ogni Paese; fu soltanto nel 1914 che le “femministe” tedesche dedicarono l’8 marzo alla loro festa, in concomitanza con l’inizio di una “settimana rossa” di agitazioni proclamata dai socialisti locali. L’usanza si interruppe nei primi anni della Grande Guerra, per poi riprendere nel 1917 a San Pietroburgo dove, sempre l’8 marzo, ebbe inizio la Rivoluzione Russa di febbraio (secondo il calendario giuliano in vigore nell’Unione Sovietica, l’8 marzo corrispondeva al 23 febbraio). Le donne scese in piazza in quell’occasione reclamavano il ritorno dei mariti dalla guerra, l’abbassamento del prezzo del pane e soprattutto l’affrancamento dal regime zarista, che si risolse con lo spodestamento forzato dello Zar Nicola II poiché l’esercito, incaricato di sedare le proteste, aveva sottovalutato l’estensione dello sciopero e favorito di conseguenza l’allargamento della protesta a ben 200mila lavoratrici e lavoratori. Ma fu solamente quattro anni dopo, durante la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste (14 giugno 1921), che si fissò all’8 marzo la Giornata dell’operaia, i cui propugnatori furono nientemeno che Lenin e la delegata del Partito Socialdemocratico Tedesco, Clara Zetkin.
L’8 marzo nacque dunque come una festa dalla forte connotazione socialista e comunista, in particolare in Germania e nell’URSS. Non a caso – nelle parole di Lenin, della femminista russa Aleksandra Michajlovna Kollontaj e della Zetkin – proprio la Russia comunista avrebbe dovuto essere la patria della donna emancipata e libera in ogni senso, anche dal “peso” della maternità e della famiglia. La realtà fu invece ben diversa e nella Russia sovietica, come in Germania dell’est, in Cina e in tutto il mondo comunista, la donna ha sempre subito soprusi e limitazioni, molto più che in tutto il resto del mondo. Ad esempio in URSS, come denunciava “Repubblica” negli anni Novanta, era comune la pratica di imbottire le atlete di ormoni maschili oppure di forzarle ad avere una gravidanza in modo da sfruttare la produzione di ormoni nelle gare, salvo poi obbligarle ad abortire. In questo modo la donna diveniva l’esatto opposto della femminilità e della bellezza classiche: anzi, rivestiva il ruolo tipicamente maschile di mostrare con orgoglio il proprio fisico scultoreo ed assumeva il compito di dimostrare al mondo la superiorità quasi “razziale” dei comunisti. Ma il prezzo da pagare per le atlete era altissimo sia in termini fisici (cisti ovariche, infertilità, cancro al seno, amenorrea, volti gonfi e toraci taurini…), sia in termini psicologici (depressione, crisi di identità e suicidi).
Nel nostro Paese la prima giornata internazionale della donna fu organizzata nel 1922 dal Partito Comunista d’Italia (poi divenuto PCI) e, qualche anno più tardi, sul periodico “Compagna” apparve persino una lettera di Lenin in persona che ricordava l’8 marzo come “Giornata internazionale della donna” e ne elogiava il ruolo fondamentale nella Rivoluzione d’Ottobre. Ma Lenin parlava dell’8 marzo anche in relazione al giorno in cui avrebbero perso la vita 129 operaie nell’incendio della fabbrica Cotton di New York, evento ormai clamorosamente smentito da tempo. Eppure la connotazione politica dell’8 marzo – la cui data è tuttora ritenuta da molti commemorativa del fantomatico incendio alla fabbrica Cotton – è più viva che mai e va via via delineandosi in un movimento di stampo sovversivo volto allo sconvolgimento della società patriarcale. In quest’ottica rientra perfettamente la nota abitudine delle femministe di mostrarsi nude in pubblico, per sradicare quel senso di pudore caratteristico delle società tradizionaliste e patriarcali a favore del libertinismo sessuale tipicamente sessantottino sostenuto da filosofi di ideologia comunista quali l’ebreo Theodor Adorno, esponente di spicco della cosiddetta “Scuola di Francoforte”. Ad esempio, in più occasioni, abbiamo

assistito a spettacoli di dubbio gusto in cui le femministe dei centri sociali – a favore di telecamera – mostrano le parti intime al grido di “body revolution” in quella che dovrebbe essere una sorta di ideale prosecuzione della “body art” degli anni Settanta, ma senza arte né parte. Malauguratamente, oltre alla chiara connotazione politica, queste volgari esibizioni hanno pure la pretesa di essere catalogate nell’ambito artistico, che d’altro canto ha avuto tanti illustri precedenti in tal senso. Possiamo senz’altro citare la critica d’arte Carla Lonzi che, nel 1970, decise di fondare il collettivo-rivista “Rivolta Femminile”, oppure la performance “Consumer Art” di Natalia LL, in cui l’autrice si fece fotografare nell’atto di praticare una sorta di “sesso orale” ad una banana sbucciata. Ma queste provocazioni, fini solo a se’ stesse, non contribuiscono forse ad accrescere la categorizzazione di genere? Di più: non contribuiscono a dare l’impressione che le loro autrici siano donne “facili”? Che vivano la propria sessualità in modo fin troppo leggero? Che siano disposte a darsi carnalmente a qualsiasi uomo? Peccato sia sufficiente un’avance non gradita perché si mettano a blaterare di “abuso”. Magari dopo vent’anni. In che modo tutto ciò dovrebbe essere utile alla causa femminista?
Thomas Pedretti

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