Pietrangelo Buttafuoco e lo scacco matto di Salvini e Meloni alle sinistre, di Gianluca Donati…

Pietrangelo Buttafuoco e lo scacco matto di Salvini e Meloni alle sinistre, di Gianluca Donati…

Forse ha ragione Pietrangelo Buttafuco che intervenendo su Il Secolo d’Italia ha detto che Salvini e Meloni potrebbero entrambi, con ruoli diversi, dare scacco matto al Pd. Il giornalista e scrittore ex-MSI non entra nei dettagli, non spiega le sue ragioni, e può essere che non coincidano con le mie. Vi dirò, quindi, come la vedo io. Premetto che condivido la decisione di Fratelli d’Italia di restare all’opposizione tenendosi fuori dall’ammucchiata di governo, e aggiungo che mi sento a mio agio perché faccio mie le parole che Giovanni Papini impresse nel suo capolavoro letterario “Un uomo finito” quando dichiarò: “Qualunque sia il governo del mondo sarò sempre all’opposizione”. Detto ciò, la scesa in campo di Mario Draghi (da me lungamente prevista e temuta), ha spaccato il centrosinistra, provocando una scissione dolorosa del Movimento 5 stelle. Anche lo scisma dei pentastellati l’avevo messo in conto (nonostante la convinzione di miei amici di destra, del contrario), e ciò significa che paradossalmente, la maggioranza governativa attuale, “pende a destra”, nel senso che il peso parlamentare delle forze governative di centrodestra è maggiore di quello di centrosinistra. Questa è certamente una buona notizia. Ovvio che Salvini punta ad attrarre Draghi verso le posizioni di centrodestra. Che ci riesca, è però tutto da vedere. La composizione dell’esecutivo è terribile; sorvolo sui nomi; certo non può essere definito “il governo dei migliori”. Sulla Lega e Salvini non posso sottacere le troppe giravolte più o meno tattiche: dalla secessione al nazionalismo, dal sovranismo all’europeismo, dal rosario alla rivendicazione dell’eredità di Berlinguer e del suo PCI. Un po’ troppo. Tuttavia, mi auguro (come avevo già auspicato in precedenti articoli), che l’appoggio a Draghi sia “condizionato”, ovvero, che in Parlamento la Lega cerchi di far passare le sue tesi su economia, fisco, immigrazione e difesa degli interessi nazionali. Insomma mi aspetto che la componente “sovranista” della Lega prevalga su quella europeista. A questo punto avremmo un partito sovranista di governo al quale alla sua destra vi sarebbe un’altra forza sovranista d’opposizione, Fratelli d’Italia, che faccia sentire la sua costante pressione sul governo. Si verrebbe così a formare una formula che ricorda – a parti rovesciate – quella della Prima Repubblica, quando i socialisti erano spesso al governo in coalizione, mentre il PCI restava all’opposizione e da lì, incalzava. Una sinistra riformista e una rivoluzionaria. L’Italia è stata sbilanciata per decenni verso posizioni progressiste, stretta tra un progressismo riformista e uno rivoluzionario. Infatti, pur dall’opposizione, il PCI ha avuto un decisivo ruolo che gli ha consentito di contribuire fortemente alla trasformazione politica, sociale e culturale della nazione. In attesa che il centrodestra si ricompatti per le prossime elezioni, al momento, suggerirei la medesima strategia: un sovranismo riformista di governo incarnato dalla Lega, incalzato da un sovranismo rivoluzionario di opposizione, rappresentato da Fratelli d’Italia. Marciare divisi colpire uniti. In tal caso Fratelli d’Italia dovrebbe porsi come forza “di lotta”. Ma la rivoluzione è una cosa seria e non s’improvvisa. Troppo spesso sento militanti di destra lamentarsi del fatto che la gente non scenda nelle piazze per protestare contro le restrizioni o la crisi socio-economica, eludendo la questione che un tempo era la politica che trascinava il popolo in piazza e non si limitava a restare sulla riva del fiume ad aspettare che passasse il cadavere. Ma stiamo parlando di altri tempi, altri politici, altri ideali; quando c’erano i “partiti” e le “sezioni di partito”, i congressi e i comizi; adesso la politica si è ridotta a selfie e tweet. Tuttavia, chi s’illude che Draghi realizzerà “la rivoluzione liberale” (penso ai miei amici più moderati e liberisti), temo proprio che resterà deluso dall’azione draghiana.

Covid e lockdown proseguiranno e il governo non sarà capace di dare risposte esaurienti, anzi la mediocrità dei ministri attuali, unita all’ideologia europeista del neopremier, peggiorerà gravemente la situazione. Prevedo purtroppo un’acuirsi della crisi economica, sia a livello nazionale che globale. Quando ciò accadrà, le proteste (che già germogliano), non potranno non moltiplicarsi. A quel punto i partiti che sono rimasti all’opposizione – in primis Fratelli d’Italia – dovranno essere capaci di “cavalcare” la protesta e di incanalarla in un’azione rivoluzionaria. Rivoluzione non significa tirare le bombe. Significa, scendere in piazza, manifestare, protestare, compiere azioni di disubbidienza civile. Ma significa anche essere consapevoli che il mondo sta diventando sempre meno democratico, e di fronte a una dittatura oligarchica, non si può che reagire con una ribellione populistica. È bene che chi proviene da una tradizione di destra come MSI – Destra Nazionale comprenda che se, in tempi normali, legge, ordine e moralità sono i valori inalienabili di una destra identitaria, in tempi straordinari come quelli che stiamo vivendo, la destra nazionale e sociale ha il dovere di diventare ribelle e libertaria. Ovviamente non mi sfugge che i tempi della Prima Repubblica erano profondamente diversi; c’erano le ideologie e attraverso i sindacati, si realizzava la rivoluzione della “la lotta di classe”. Oggi, a Fratelli d’Italia (e a qualsiasi formazione politica voglia opporsi al governo Draghi), lo strumento della “lotta di classe” manca, anche perché il concetto stesso di “lotta di classe” è incompatibile con chi politicamente e culturalmente ha una visione organica dello Stato e interclassista. Occorre perciò ingegnare un’alternativa, uno strumento di lotta analogo, ma coerente con l’identità della destra nazionale e sociale, che per semplificazione definirò “lotta nazionale”. Un altro punto essenziale è comprendere che le forze di sinistra (soprattutto il PCI), sono riuscite a plasmare la società secondo i loro valori, persuadendo le coscienze individuali e collettive attraverso “l’egemonia culturale”: la conquista delle case matte del potere teorizzata da Antonio Gramsci. Della necessità di un “gramscismo di destra” se ne parla da decenni, si pensi a Giano Accame o Marco Tarchi, solo per fare due nomi, sulle tesi della “Nuova Destra” sulla scia dell’influenza del pensiero di Alain de Benoist. In questi ultimi tempi stanno emergendo nuove idee contro l’egemonia post-comunista, si pensi – oltre al contributo degli intellettuali storici di area di destra – a iniziative (qualche volta di nicchia, altre più ambiziose), giornali online, case editrici, pubblicazioni. Tuttavia, l’egemonia liberal-marxista resta. C’è chi accusa la cultura autodefinitesi di destra come un guazzabuglio, dove si afferma tutto e il contrario di tutto, e questa “pluralità” renderebbe infeconda il culturame destrorso a fini pratico-politici. Io penso invece che questa molteplicità sia il tratto distintivo che pone la cultura di destra su un piano superiore rispetto a quello della sinistra. Il problema sembra essere “organizzativo”, considerando soprattutto che la politica di destra tende a sottovalutare, sottostimare, a volte, disprezzare la cultura, considerando preminente la conquista del potere in senso letterale del termine, privilegiando l’azione al pensiero. È un errore madornale, poiché, senza una visione culturale, la politica, anche se va al governo, non lascia frutti. Se perciò comprendiamo la necessità di una destra rivoluzionaria (in senso nazionale e sociale), è irrinunciabile anche una rivoluzione culturale in senso conservatore. È da qui che occorre ripartire, e “La fenice Tricolore” – nel suo piccolo – vuol dare il suo contributo in tal senso.

Gianluca Donati

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