Principi liberali nella concorrenza sleale

Principi liberali nella concorrenza sleale

Di Samuele Valente

Come una conoscenza dei principi fondanti può aiutare a interpretare ed applicare la disciplina.

Con il termine liberismo si fa comunemente riferimento a una precisa dottrina politica elaborata tra Settecento e Ottocento. Questa si impernia sul principio della libertà individuale, sul postulato economico di libertà, sull’uguaglianza giuridica dei cittadini, sulla divisione dei poteri, sull’affermazione di uno Stato di diritto garantito da una Costituzione.

Ci prefiggiamo di individuarne le tracce nella concorrenza sleale e di avvalercene per fini interpretativi ed applicativi.

La fattispecie trova oggi esplicazione nell’articolo 2598 del Codice civile del 1942. La sua origine è però rinvenibile a in epoca post industriale, all’art 10 bis della convenzione Aja del 1925.

In linea di massima si dispone che versa in condizioni di illecito chiunque usi segni distintivi legittimamente usati da altri, compia ogni altro atto idoneo ad indurre in confusione il consumatore, diffonda notizie sui prodotti di un concorrente in modo da determinare il discredito, si appropria di pregi altrui.

A queste due ipotesi nominate, si aggiunge infine una innominata, aperta e di chiusura. Versa nel medesimo illecito chiunque compia altri atti idonei a produrre un danno purché classificabili come in contrasto con la morale corrente.

Di primo acchito la disciplina può dare l’idea di fungere da limite alla concorrenza. Non manca chi ne riconduce la matrice ideologica alla protezione delle posizioni acquisite dai maggiori nuclei imprenditoriali in piena rivoluzione industriale.

In realtà essa, benché effettivamente nata su impulso dei suddetti nuclei, protegge e salvaguarda primariamente il più importante soggetto del mercato, il consumatore. È al consumatore del bene finale che la disciplina della concorrenza sleale consente di operare come giudice ultimo in una burrascosa partita le cui uniche regole sono quelle di non compiere atti non conformi a requisiti di professionalità.

È proprio con il liberismo economico che si promuove il benessere generale, che si garantisce il libero accesso al mercato, che si garantisce il livello ottimale dei prodotti e la premiazione dei migliori. Il legislatore – del 1925 prima e del 1942 poi – ne è consapevole e ne avvalla l’idea. In questa ottica con la disciplina non si dettano già i limiti del gioco, bensì se ne individuano le regole.

Queste, che potrebbero apparire considerazioni prettamente nozionistiche e culturali, in realtà non lo sono affatto. Se infatti un corretto processo ermeneutico prevede che in ordine cronologico si conosca, si comprenda e si interpreti per applicare, il risvolto pratico lo rinveniamo nella corretta interpretazione e quindi applicazione della norma.Proviamo a fare un esempio: soffermiamoci sul secondo comma, in particolare nell’atto di diffondere notizie e apprezzamenti idonei a determinare il discredito e nell’appropriazione di pregi altrui.

Rischieremmo di versare in concorrenza sleale qualora affermassimo, in veste di concorrenti ‘’gli orologi da noi prodotti sono più resistenti all’urto rispetto ad altri’’.Ma perché l’illecito venga effettivamente integrato occorre che la notizia diffusa non corrisponda a verità e che la si esponga in modo poco o non affatto obiettivo.

Se invece, sempre in qualità di produttori di orologi affermassimo ‘’i nostri prodotti sono resistenti all’urto proprio come dei Rolex’’, allora verseremmo nell’ipotesi di appropriazione di pregi altrui. Ma la veridicità della notizia diffusa non rileverebbe affatto ai fini dell’integrazione dell’illecito. La condotta è censurabile in quanto parassitaria, poiché agganciandosi a prodotti altrui, ne trae indebitamente vantaggio, indipendentemente dal fatto che i nostri orologi siano per davvero resistenti come dei Rolex.

Posto che il Codice civile non detta alcuna discriminante di veridicità della notizia nelle due differenti ipotesi, cosa ci induce a interpretarle in questo modo?

La risposta è rinvenibile proprio nella matrice ideologica del liberismo, per mezzo delle tecniche interpretative storica e teleologica di cui all’art 12 delle preleggi. Solo consapevoli che la norma è incentrata sulla tutela del consumatore ultimo possiamo affermare che nulla ai sensi dell’art. 2598 secondo comma C.c vieta ad un concorrente di diffondere notizie in modo obiettivo, oggettivo e corrispondente a verità. Allo stesso modo è solo consapevoli che un operatore non possa usufruire di pregi altrui per avvalorare i propri prodotti, sebbene quelle similitudini possano potenzialmente corrispondere a verità, che riusciremo ad interpretare nel modo più plausibile la fattispecie. Nel primo caso i principi liberali garantiscono al consumatore medio l’informazione veritiera ed oggettiva; nel secondo ad un concorrente affermato che altri non ottengano indebito vantaggio dal proprio segno distintivo.

L’intenzione storica del legislatore e il fine della norma è la tutela del consumatore, giudice ultimo di fattori produttivi e imprenditoriali che si muovono in piena libertà. Le regole devono essere interpretate e applicate in modo idoneo a garantire la corretta informazione a chi li giudica e in modo idoneo a tutelare da indebiti profitti l’attività di un concorrente.
In questo modo una conoscenza dei principi fondanti della disciplina permette di riuscire nell’intento di scovare la più plausibile interpretazione ed applicazione della norma in questione.

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