Recensione di “Sole e Acciaio” di Yukio Mishima, un libro che a destra si dovrebbe leggere…

Di Gianluca Donati

Ho appena finito la lettura di un saggio strepitoso che – come ho avuto modo di dire ad amici – non può mancare nella biblioteca personale di une vero “camerata”. Spero non mi si accusi di “apologia al fascismo”, dico “camerata” tra virgolette, nel senso di “diversamente camerata” come amo definire tutti coloro che pur avendo trasceso il fascismo, lo considerano come terreno fertile nel quale restano orgogliosamente infisse le radici di una pianta che si apre in tanti rami e foglie verdeggianti che si liberano verso il cielo del nazionalconservatorismo liberale. Il libro in questione è “Sole e acciaio” di Yukio Mishima, scritto da quello che forse fu il più grande scrittore giapponese, e che uscì nel 1968, due anni prima del clamoroso “seppuku” (harakiri), tradizionale e terribile suicidio dei samurai, con cui pose fine ai suoi giorni. Di Mishima avevo letto già diversi romanzi, ma questo era tra quelli che mi mancava alla mia corposa collezione libresca, ed è stata una rivelazione, infatti, è uno dei suoi testi fondamentali per comprendere il pensiero e lo spirito di Mishima. In questi ultimi tempi è in atto una grande operazione di riscoperta dello scrittore nipponico, tanto che in questi giorni è uscito anche il saggio “Yukio Mishima esteta del patriottismo”, scritto da uno dei pesi massimi della cultura di destra, Gennaro Malgieri. Chi fosse interessato al saggio di Malgieri, avverto per tempo che il libro, edito da Fergen, non è acquistabile in libreria, ma direttamente su IBS.it. Mishima fu sempre osteggiato dalla cultura dominate marxista-leninista che per decenni è stata egemone a livello planetario e che accusava lo scrittore di essere nazionalista o addirittura, fascista. Il più “tenero” con “l’ultimo samurai”, fu Alberto Moravia che lo andò a trovare nella sua casa in stile liberty, e conoscendolo personalmente negò che Yukio fosse fascista, preferendo definirlo un “conservatore decadente”. A destra questa definizione appare un oltraggio. Personalmente non sono d’accordo, perché il conservatorismo è un’ideologia politico-culturale straordinaria e il decadentismo, troppo spesso disprezzato, è una delle forme più esemplari dell’arte, della cultura e dell’estetica conservatrice. Tuttavia, leggendo “Sole e acciaio”, mi sono imbattuto in un’opera di rara coerenza con quella che potrebbe essere considerata una cultura nazional-fascista (e lo dico in senso positivo). Intendiamoci, Mishima si definiva “apolitico”, ma forse perché era deluso da tutte le forze politiche nazionali, e anelava a un patriottismo più verace che neppure i settori più “a destra” nipponici sembravano incarnare. Ovviamente dobbiamo considerare la disfatta militare del Giappone nella Seconda guerra mondiale, il trauma delle due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, l’imposizione da parte delle forze vincitrici (USA in testa) di una costituzione pacifista per il nuovo Giappone. Mishima fu insofferente a tutto ciò, a un Giappone demilitarizzato, umiliato, desacralizzato, modernizzato e colonizzato culturalmente ed economicamente dall’Occidente. Il tramonto delle tradizioni secolari della nazione del Sol Levante era al centro della sofferenza spirituale di Mishima. “Sole e acciaio” è attraversato da una marcata componente autobiografica che iniziando a narrare vari episodi accadutigli, descrive la sua scoperta per la propria fisicità e l’interesse per le arti marziali, in conflitto con l’intellettualismo vissuto in gioventù ed esponendo le proprie idee sul rapporto tra estetica, teoria e azione, polemizza con gli intellettuali del tempo. E bene avvisare chi fosse interessato – dopo la lettura di questo mio articolo – all’acquisto e alla lettura del libro che la sua prosa è a tratti altisonante e cervellotica, perciò, non per tutti di facile comprensione. “Sole e acciaio” è stato paragonato al “Così parlò Zarathustra” di Friedrich Nietzsche e ad alcuni testi di Gabriele d’Annunzio, e d’infatti, Mishima era profondo stimatore del poeta di Pescara.

Da decenni “Sole e acciaio”, animato di superomismo, è considerato soprattutto negli ambienti giovanili schierati a destra, un testo fondamentale. Quello che personalmente ho colto dalla lettura del libro è l’ambizione (forse utopistica), di “idealizzare il corpo” attraverso l’educazione fisica e le arti marziali, ovvero, di fare il proprio corpo a immagine e somiglianza dello spirito, di proiettare verso l’esterno “l’anima”, di rendere la carne, un’opera d’arte, indubbiamente influenzato dalla cultura classica greco-romana. La differenza in genere tra cultura di destra e cultura di sinistra, è che la prima anela a coltivare il corpo assieme alla mente, mentre la seconda si chiude in un uno sterile intellettualismo che denigra sport e attività fisiche. La cultura di destra è perciò un “ideale che si fa azione”. Ma il Giappone pacifista, non consentiva nessuna azione (in senso militare), e perciò, in una sorta di cortocircuito masochistico e autodistruttivo, Mishima finirà due anni dopo la pubblicazione di quel libro con il togliersi la vita. Le ragioni ufficiali di quel gesto clamoroso, furono spiegate come un atto di ribellione verso l’inerzia di un Giappone che aveva rinnegato il passato, la sua storia, la sua Tradizione; una nazione che preferiva sopravvivere piuttosto che vivere; un atto di protesta radicale contro la decadenza della propria Patria che veniva colonizzata dalla civiltà occidentale. In realtà, leggendo “Sole e acciaio”, si scorgono anche altre motivazioni, che non negano quelle ufficiali, ma a esse s’intrecciano. In Mishima sembrava esserci una morbosa passione per Thànatos, intravedendo nel “gesto estetico”, il compiersi di un raggiungimento perfetto dell’ideale al quale egli anelava, una coincidenza tra spirito e carne, tra parola e azione, che si fondevano fino a divenir cosa sola attraverso la morte. La bella morte. Un gesto da non imitare (non farò mai apologia del suicidio), e che l’Occidente cristiano fatica a comprendere perché considera il suicidio, un grave peccato da condannare. Eppure, l’atto di Mishima è qualcosa che va oltre l’eroismo nichilistico, sfocia nel martirio, sebbene un martirio patriottico più che religioso. Comunque sia, Yukio Mishima resta e resterà per sempre un’icona per tutta la cultura di destra mondiale, una sorta di “Che Guevara” di destra, con due differenze: 1) di Mishima non esiste una produzione di massa di t-shirt con la sua immagina, il che la dice lunga sul predominio dell’egemonia culturale di sinistra avvallata dal sistema produttivo, economico-finanziario globale. 2) Mishima ha fatto male solo a se stesso, la rivoluzione, la compiuta incominciando da se stesso, forgiando la propria anima e i propri muscoli, il che evidenzia che la destra – a differenza della sinistra – pone l’individuo all’interno dell’universo, seppur collocato organicamente in una società comunitaria. “Sole e acciaio” è un libro straordinario, una lettura che ti cambia profondamente, dopo averlo letto non sei più la stessa persona, compi un passo sorgivo. È piacere assoluto.

Gianluca Donati.

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